Interview: Leonardo Caffo

Leonardo Caffo per Milano Animal City

Oltre l’antropocentrismo: nuovi spazi per il vivente.

Studenti: Se consideriamo le città come manufatti dell’uomo per l’uomo, per difendersi da ciò che era incontrollabile, selvaggio, quindi come il luogo sul pianeta antropocentrico per antonomasia, che senso ha immaginarsi un rientro della natura in città?

Leonardo Caffo: La cosa che mi ha colpito maggiormente del progetto è il fatto che voi avete discusso del concetto di città: perché il concetto di città, tradizionalmente, da un punto di vista filosofico prima che architettonico, esclude tutti coloro che non sono umani – cioè il “cittadino” è una proprietà che si applica sull’umanità. E’ come se fosse un sistema ‘a cascata’ come diciamo in filosofia: cioè l’animalità è la proprietà di base, sopra c’è l’umanità, cioè un tipo specifico di animale che si sgancia, attraverso la resistenza che tu dicevi, dall’umanità: cioè mi sgancio dalla natura, resisto alla natura e mi sgancio dall’animale che sono. Su quell’umanità si s’include la proprietà di cittadino. Quindi il progetto diventa rivoluzionario nel momento in cui tu dici: apro la città a forme di vita che non sono umane. Io non metterei neanche la parola Animale, perché la parola Animale è una parola estremamente vaga ed ambigua, parlerei piuttosto di quello che un filosofo che ha influenzato parecchio gli architetti, Jaques Derrida, chiamava ‘il vivente in generale’. Quando Derrida ha dovuto applicare la decostruzione all’architettura ha detto: guardiamo il vivente in generale. Lui apriva completamente i ponti, non è che distingueva umani da animali da piante. Voi seguite in architettura una tesi che in filosofia si sta discutendo da un po’, circa dalla fine del 2013 è uscito un libro che si chiama Zoopolis: A Political Theory of Animal Rights di Sue Donaldson e Will Kymlicka in cui si cerca di difendere la tesi che anche gli animali siano cittadini. E’ uscito con Oxford University Press ed è stato un grande libro, discusso dai filosofi negli ultimi anni perché, se ci sono buoni argomenti per dire che tutti gli umani sono cittadini, allora gli stessi argomenti valgono anche per gli animali. Cioè si utilizza un ragionamento condizionale che dice: se lo siamo noi perché non dovrebbero esserlo anche loro? Questa è una sorta di narrazione di base per cui potete fare il discorso che state facendo.

SIl presupposto di partenza è quindi che l’uomo scenda dal piedistallo che è alla base dell’antropocentrismo?

LC: Prima di criticare l’antropocentrismo ti devi mettere d’accordo su che cos’è. Perché se uno apre un dizionario di filosofia o di teologia, l’antropocentrismo non è la stessa cosa. E allora che genere di antropocentrismo si va a contestare attraverso l’architettura, attraverso il vostro modo di fare architettura? L’antropocentrismo, nella mia particolare visione, si articola su almeno tre assi: il primo è quello scientifico (una certa scienza che di descrive come filogeneticamente diversi dal resto del vivente), il secondo è quello ontologico (una filosofia che descrive la nostra specie come ontologicamente “migliore” dalle altre), e infine quello etico che ha a che fare con comportamenti che noi abbiamo tutti i giorni. Nel lavoro che avete fatto ho visto il pensiero di Nietzsche quando parla dei “quattro errori”. C’e’ un passaggio ne La Gaia Scienza in cui dice: L’uomo è stato educato dai suoi errori: in primo luogo si vide sempre solo incompiutamente, in secondo luogo si attribuì qualità immaginarie, in terzo luogo si sentì in una falsa condizione gerarchica in rapporto all’animale e alla natura, in quarto luogo escogitò sempre sempre nuove tavole di valori considerandole per qualche tempo eterne e incondizionate, di modo che ora questo, ora quello degli umani istinti e stati, venne a prendere il primo posto e in conseguenza di tale apprezzamento fu nobilitato. Se si esclude dal computo l’effetto di questi quattro errori, si escluderà anche l’umanesimo, l’umanità, e la “dignità dell’uomo”. Nietzsche sostiene, in sostanza, che la detonazione di questi quattro errori è possibile solo insieme, se ne salta solo uno non cambia nulla; la detonazione di questi quattro errori tutti insieme è la fine dell’umanismo e l’inizio di una nuova forma di vita. Voi dovete far cadere questi quattro errori, Se l’umano si sposta dal centro, banalmente, perde l’idea di essere qualitativamente superiore agli altri ma le sue proprietà diventano proprietà che lo caratterizzano da un punto di vista differenziale ma non di superiorità. Tipo il fatto che tu sappia scrivere non ti rende migliore di uno che sa correre a 150 km/h, come il ghepardo ad esempio, fate cose diverse.

S: Spostare l’uomo dal centro significa che l’uomo e l’animale sono sullo stesso piano?

LC: Sullo stesso piano di realtà per intenderci. L’umanità, e qui risiede il punto interessante di quello che state facendo, non è mai un concetto neutrale. Perché vi dicevo che il concetto di umanità è costruito sul concetto di animalità? Perché noi l’umanità la facciamo emergere dandogli delle proprietà che di per sé non siamo certi che abbia, cioè l’umanità è un concetto costruito. Se prendete quel grande libro di Foucault, Le parole e le cose, in cui lui dice: ‘l’uomo è un’invenzione recente’, se lo interpretate in senso non strettamente letterale vi rendete conto che quello che lui aveva in mente è: ‘l’uomo è un’invenzione delle scienze sociali’, dove fra le scienze sociali ci mette anche l’architettura, perché l’architettura ci consegna un’idea di umanità nella misura in cui ci dice come l’uomo si debba muovere nello spazio fisico.

SCredi quindi che abbia senso immaginare spazi di convivenza non gerarchici fra la specie umana e le altre specie animali?

LC: Quello che voi avete fatto è stato piuttosto un esperimento mentale: provare ad immaginare come si potrebbe vivere all’interno di una determinata struttura, cercate di far vedere che è possibile farlo. Per fare questo fate una cosa per cui Foucault vi avrebbe stretto la mano: mettete in crisi l’idea che esista un tipo di umanità perché per aprire agli animali tu devi azzerare l’umanità ad un punto di partenza in cui tutti gli umani sono uguali. Nella misura in cui tu apri, allora spalanchi le porte del vivente in generale. E dunque cerchi di far si che la città assuma quella tesi di Zoopolis che vi ho citato all’inizio, cioè il cittadino è altrove, e la cittadinanza non è un oggetto di ordine superiore che si monta su un oggetto di ordine inferiore che è quello dell’umanità. Allora se tu mi fa un progetto in cui mi fai vedere come gli altri animali osservano la tua stessa città hai preso la strada giusta perché far capire che ci sono altri modi di guardare la vita significa comprendere che l’essere umano non è l’unica forma di vita, che quella umana non è l’unica prospettiva attraverso cui guardare le cose: le geometrie che per te sono euclidee per qualcuno non lo saranno, i colori che per te sono fondamentali per qualcuno saranno diversi. Qual è la parola chiave di tutto ciò? Non è la parola animale, non è la parola umano, non è la parola vegetale, è la parola forma di vita. Perché è una locuzione meravigliosa quella di forma di vita? Perché in un colpo solo di dice due cose: cioè che esiste la vita, punto e basta; il vivente in generale di Derrida, certo, ma poi ti dice anche che ogni vita ha una sua forma. Questo ti sta dicendo. E che la mia forma non è uguale alla tua, non è la forma di un gatto, o di un cane, e che queste forme noi banalmente non riusciamo a capirle del tutto quindi nella misura in cui io mi devo preoccupare di costruire, mi pare, il modo migliore per costruire qualcosa per gli animali in un mondo molto, molto, molto, molto, molto gettato in avanti sia non costruire niente.